Cronache di un estate

È stato uno dei momenti più degradanti della mia vita, forse il peggiore.
Ricordo ancora il rumore di quelle macchinette infernali che scandivano il tempo, cancellavano il silenzio e la dignità di chi le riempiva di soldi. Il via vai di tossicodipendenti, disadattati, viziosi e prostitute improvvisate. Quest’ultime si concedevano dentro a un bagno puzzolente per pochi soldi.
C’era tanta musica, una folla che rideva o fingeva di divertirsi, un gelido, grigio pavimento da calpestare e percorrere in lungo e in largo, per non pensare, per far passare le ore.
Non volevo stare lì, tra quella gente, volevo essere un’altra persona, stare con un’altra persona.
Solamente pochi giorni prima avevo toccato il cielo con un dito, provato sensazioni mai lontanamente immaginate. La cometa più grande e brillante si era avvicinata come mai prima di allora ed io ero lì, investito da quella grande luce.
Potevo percepirne l’enorme calore, accecarmi nel suo immenso bagliore.
Ma le comete passano e piano piano si allontanano. Rimani immobile ad osservare la luce affievolirsi ripensando alle parole che non avresti mai voluto sentire. Quelle parole che improvvisamente ti riportano alla realtà, che sembrano dire: “non è per te, non sei all’altezza, sei arrivato tardi”.
Tutto assume altri contorni e il tuo cuore non pompa più sangue ma fiele, fiele misto ad aghi di vetro che ad ogni battito ti fanno rimpiangere di essere nato, mentre alle 4 del mattino mangi un cornetto del bar affianco e nella testa suonano le canzoni del momento, tutte tristi e malinconiche, per una strana ironia della sorte …